FEIFEI: CAMMINANDO SUL MONDO di Massimiliano Iannotti

Era il dicembre del 1967, le giornate scorrevano tra pioggia, nebbia e lunghe serate londinesi dove sulle strade umide e scivolose correvano lambrette, moto e vespe.

Per le strade di Stepney non era difficile imbattersi nelle scorribande stridulanti e gioiose di nuove bande giovanili, alle quali veniva riservato il pregiudizio della degenerazione.

Ma questi, sono i Mods…

Non era semplice accettare il modernismo in quei tempi, dove le sottoculture erano messe negli angoli più degradati, ma nello stesso tempo, nasceva la voglia di cambiare di essere presenti, vivere e morire prima di diventare vecchio.

“Questa è la mia generazione”

Quella sera, dopo tanto, mi recai nel negozio di dischi per acquistare il mio primo album, anche se non avevo ancora un giradischi.

Però i miei avevano fatto una promessa, quando avrei iniziato a lavorare me lo avrebbero regalato e dato che ora lavoro nel negozio del Sig. Smith, avrò il giradischi e posso comprarmi

“My Generation”

Il negozio di dischi era sempre pieno di giovani in cerca di novità e non solo; c’era la ragazza più contesa del quartiere e tutti arrossivano al solo vederla camminare. Io, il suo unico amico che non l’aveva mai portata a ballare, l’unico che stava intere notti ad ascoltarla mentre le stelle lasciavano il posto all’alba.

Ma questa volta non ci andavo per lei, anche se l’abito che avevo messo era l’unico che lei gradiva.

Si, lei mi diceva sempre che quello era un vero abito italiano e che mi calzava a pennello, ma io volevo sentire altre parole su di me.

Sentirsi fieri dell’azione che si va a compiere, mi solleva da ogni mia incertezza e quindi le piccole gocce di pioggia non mi lasciano di stizzo, anzi mi rendono felice e quindi, mentre m’avvio al negozio, il quartiere come per magia diventa ineguagliabile anche se Stepney per i ben pensanti è tutt’altro.

Ma si, cosa c’è di meglio di una serata a spender soldi.

Questa è la mia generazione anche se la gente cerca di metterci sotto solo perché ce la spassiamo.

Con la voglia di apparire, la strada era morbida sotto le mie nuove Clark mentre nella mia testa rullavano le note della mia canzone preferita.

Il parka mi proteggeva dalla pioggia, ma l’emozione che si anteponeva al traguardo ricercato o meglio, sudato nei giorni di lavoro, mentre vendevo chiodi, bulloni e cacciaviti nella bottega del padre di Thea ai miei amici, che venivano a comprare per conto dei loro padroni. Ops…Ho detto padroni!

Certamente in quegli anni c’erano i padroni, con le loro teorie non giudicabili ma talmente retrograde da non capire che c’erano cambiamenti sociali in corso.

Forse è meglio che il mio pensiero sia rivolto al da farsi, dato che sono fortemente eccitato di quello che vado a fare.

Parlando della mia generazione, sono fiero di far parte dei Mods.

Perché?

Perché questa è la mia generazione, piccola ma pur sempre nuova…

E noi ce la spassiamo mentre la gente ci vuole mettere sotto.

Noi ce la spassiamo.

Con il pensiero sempre nuovo guardo la strada e già vedo all’angolo le luci del negozio.

Non c’è spazio senza tempo nella mia mente e forse oggi in questa sera senza fine almeno avrò il mio primo disco. E così pensando arrivai al negozio, le luci calde i vetri appannati lasciavano ben sperare o perlomeno all’interno c’era gente.

Col fiato sospeso nell’emozione di dover chiedere a lei cosa cerco apro la porta e di colpo la musica in sottofondo mi rallegra facendomi spezzare la timidezza. E sì… la mia timidezza era come il morso di un serpente che ti lascia inciso la paura fino all’ultimo istante e solo quando giravo con la mia banda riuscivo a sconfiggere e spassarmela da vero Mods.

Era veramente pieno di gente di tutti i tipi, che al di fuori si davano battaglia ma nel negozio la tregua era d’obbligo perché la musica è così; così forte da far di tutto un’unica conseguenza.

Ma lei era lì col suo sorriso e i riccioli scomposti.

Già tremavo al solo vederla ma questa sera devo farcela, devo comprare il mio primo disco e voglio prenderlo dalle sue mani.

Mi avvicino lentamente lei mi vede e mi sorride, invitandomi ad avvicinarmi al banco.

– Ciao.

– Ciao. È da tanto che non ci si vede! – mi risponde mentre striscia le dite nei capelli. ­­

– Si è da tanto. Come stai?

– Bene…bene. – risponde con espressione sibillina.

– Sono qui per prendere un disco. – gli dico con orgoglio.

– Davvero! – mi risponde passando il mignolo sulle labbra e mi chiede, – non ci posso credere, ti sei comprato il giradischi?

– Non ancora, però oggi mi compro un disco.  

Mi guarda abbassando la testa e avvicinandosi al mio naso mi schiocca il solito pizzico, che ancora non riesco a capire se è affettuoso o no.

– Credo di aver capito, hai trovato un lavoro.  

– Beh… sì un lavoro. – rispondo con titubanza.

– Ma dai, devi essere contento – e sorride.

– Ora mi devi offrire un bel pomeriggio al parco.  

«Certo, certo…quando vuoi.»

 E già sale il morso del serpente facendomi arrossire dalla gioia.

– Bene, domani all’ora di pranzo mi porti al parco.

– Domani al parco! Ma certo, ci sto.

– Allora, quale disco vuoi? – mi chiede Thea.

– Lo sai già, quale disco.

– No dai, dimmelo tu. –  mi ribatte con la voce soffusa.

– Uhm…Te l’ho detto mille volte, proprio non ricordi? –  le replico facendo la faccia stupita, – voglio il disco della mia generazione. –

– Lo sapevo, che era questo il disco che volevi. –  mi risponde sorridendo.

– Va bene ora te lo prendo. – si gira e cerca nello scaffale delle novità.

 In questo negozio i dischi con le nuove canzoni appena uscite non li espongono per paura che qualche furbetto li rubi.

– Ecco qua…My Generation dei Who. – mi guarda e con lo sguardo da furba e mi chiede, – Vuoi anche il pacchetto regalo?  

– Ma dai! Quale pacchetto, lo sai che è per me.

– Allora prendi, te lo regalo io. – ribatte con voce secca.

– No! Non puoi fare così. – le rispondo senza convinzione e questo suo gesto mi mette in imbarazzo.

– Dai…accetta e non fare il solito timido.

Nel vederla così convinta, allegra e sorridente devo per forza accettare altrimenti inizia il suo solito discorso sull’altruismo e devo sorbirmi la sua collera.

Quindi accetto anche perché da come vedo è l’ultimo che rimane e non voglio perdere o ritornare a comprare questo disco.

– Va bene accetto il tuo regalo, però…

– Però cosa? – mi chiede infilandomi lo sguardo nella mente come se volesse intimarmi la risposta.

– Non lo so, forse ti devo un favore, non so cosa voglio dirti. – gli rispondo abbassando lo sguardo.

– Bene, me lo dirai al parco con tutta calma.

– Si…domani al parco­.  

Soddisfatto prendo il disco e saluto Thea.

Forse dovrò prendere atto che è stato molto difficile trattenere la timidezza ma tanto tutto questo passa e quando dirò al mio amico Steve che ho preso il disco sarà un vero sballo.

La strada si apre all’infinito quando hai nelle mani quello che desideri quindi cammino e fischietto il ritornello della mia generazione.

Le luci sembrano a festa le auto schizzano acqua sui pedoni e fuori dai pub le ragazze fumano le bionde sorridendomi mentre le guardo.

Si, questa sera è tutto okay anche se gli occhi di Thea viaggiano nel pensiero lasciandomi il sorriso del vincitore.

Però questo rumore di motociclette non fa parte del mio quartiere qui la sera il solo rumore ammesso è quello delle lambrette quindi mi volto e…un gruppo di rocker si avvicina verso di me e questo è puzza di guai.

Questo non ci voleva, accelero il passo ma loro iniziano a sfottere – Ehi Mod dove corri, hai paura!! – urla il capo della banda.

– EHI MOD!! – urla ancora più forte.

– Dico a te, pezzo di merda.

Cerco di far finta di non sentire ma come un avvoltoio mi blocca con la sua orribile moto chiassosa e ridicola.

– Cosa fai, scappi? – urla per farsi sentire dai suoi scagnozzi dai capelli pieni di brillantina e dall’odore pessimo, senza esitare risposi: – Si, scappo perché puzzi come una fogna.

Scende dalla moto con la furia di un toro e già sento le botte addosso ma almeno glielo detto.

– Avete sentito questo scarafaggio osa sfidarmi. –  dice rivolgendosi a i suoi compari.

Senza pensarci su due volte gli sferro un calcio alle palle e inizio a correre. Li sento brontolare mentre mi rincorrono, al primo vicolo cerco di nascondermi ma la sfiga è dalla mia parte.  

Ora devo decidere se scontrarmi con loro o fuggire

dato che il vicolo è lungo e senza sbocco.

Col fiato in gola e pezzi di rifiuti sulla strada, busso con forza su l’unica porta che trovo.

– Aprite! Aprite!

E come nei film la porta si apre e una mano mi afferra per il cappuccio del parka tirandomi dentro.

Chiusa la porta e col fiatone che mi avvolge sento fuori le grida dei rocker ed inizio a ridere.

– Che cazzo ridi! – mi urla nelle orecchie il mio salvatore.

– Ah… niente, è solo un sorriso di salvezza.

– Certo prima li prendi in giro e poi ridi. – mi risponde fissandomi senza batter ciglio.

– Si, li prendo in giro quei puzzoni di rocker perché io sono un mod. – gli rispondo con fermezza.

– Chi sei?

– Un Mods! Non sai chi sono i Mods? – gli chiedo con stupore.

– No, non lo so chi sono; so solo che stavi per prendere un sacco di botte e forse te le meriti.

Alche prendo fiato e mi tiro su i pantaloni rispondo:

– Certo tu non conosci i Mods perché sei vecchio quindi grazie per avermi aiutato ora devo andare.  

Mi guarda con stupore mentre si strofina la lunga barba mi dice: – Va bene, tu sei un mod vestito come un damerino, i capelli fonati le scarpe alla moda e vai in giro a rompere le palle! – mi risponde con lo sguardo incazzato.

– Ma dai, non fare l’arrabbiato. – replico abbassando lo sguardo.

Mi guarda con attenzione dal basso all’alto digrignando i denti e dice: – Io so chi sei! Sei il figlio di Robert. – e lo dice sorridendo.

– Si! Hai indovinato. – rispondo abbassando il tono della voce.

– E così, te ne vai in giro a far casino e io ti devo aiutare.  Ora credo che nei suoi pensieri ci sia una confusione o un ricatto dato che conosce mio padre e qui nel quartiere noi Mods non siamo ben visti.

– Allora vieni che ti offro da bere.

– No, grazie avrei da fare. – rispondo scocciato.

– Dai vieni, ora non mi dire che voi… come hai detto che vi chiamate mad? –

– Ho detto Mods! – gli rispondo alzando le spalle.

– Ah, sì Mods, vieni Mods che ti offro una birra; o forse voi Mods non bevete alcol? – replica con voce spiritosa.

E così, costretto ad assecondarlo lo seguo.

Entro in una stanza buia con una sola finestra bagnata dalla pioggia e ad ogni attimo si illumina con i fari delle macchine che passano, ma del resto sembra tutto calmo.

M’invita a sedere e dal frigo tira fuori due birre le stappa e me ne offre una sbattendola sul tavolo.

– Allora tu sei il figlio di Robert, e vai in giro vestito come un damerino a prendi in giro gli altri. –  nel mentre si fa una bevuta.

– Dai bevi. – insiste gesticolando – Come hai detto di chiamarti?

– Mi chiamo Haion.

– Bene Haion, so che fai il filo alla commessa del negozio di dischi; che mi dici in proposito?

– Cosa ti dico, niente, Thea è bella ma non il mio tipo.  Rispondo cercando di essere al quanto convincente.

– Certo non è il tuo tipo, ma vallo a dire a un altro, lo sanno tutti. – mi risponde mentre alza la birra e se la finisce in un solo colpo.

– Ma tu, vai in giro a controllare noi giovani o sei talmente ubriaco che ti inventi le cose. – gli rispondo mentre mi alzo in piedi per fargli capire che questa conversazione deve finire qua.

Mi guarda e mi dice: – Haion, giusto? Devi sapere che la tua Thea non ti dice tutta la verità su di lei.

– Ma cosa stai dicendo. – gli rispondo infastidito.

– Ora se vuoi te ne puoi andare, ma se la cosa t’incuriosisce, la prossima volta vieni a trovarmi con delle birre…non si sa mai. –

– Non si sa mai cosa? – gli rispondo con fermezza.

– Vai, vai. – mi dice facendomi capire che è meglio che me ne vado.

E così, esco da questa topaia sperando di non incontrare di nuovo i rocker. La strada torna sotto di me, ma nei miei pensieri riecheggiano quelle parole non ti dice tutta la verità.

Ma si, le solite frasi di chi non si è goduto la vita e ora cerca di fare il giovincello con la barba lunga e la birra in mano.

Questa sera è andata, ora devo solo andarmene a casa e sperare che domani Thea sia ancora disponibile ad andare al parco.

I lampioni accesi si riflettono sull’asfalto le auto sfilano e nel mentre fischietto la mia canzone perché questa è la mia generazione piena di sorprese e grandi emozioni.

Questa è la mia generazione.

Maledetta sveglia, da quando ho iniziato a lavorare non riesco più a svegliarmi con tranquillità, ma forse oggi sarà una nuova giornata.

Dalla cucina mia madre mi chiama come al solito.

– Dai Haion, svegliati o farai tardi al lavoro.

– Si arrivo. – gli rispondo con voce assonnata.

Mi guardo allo specchio e sinceramente faccio schifo come quando torno da una festa.

Ma nella mente c’è ancora quella frase non ti dice la verità.

Metto su i soliti abiti da lavoro e scendo giù in cucina.

Mia madre mi sorride posando la colazione sul tavolo e mi dice:

– Oggi tuo padre quando torna dal lavoro ti deve parlare.

– Parlare! E di cosa? – rispondo allibito.

– Non lo so, mi ha detto di dirti questo.

– Va bene, ora vado altrimenti faccio tardi.

Esco di casa e sento l’aria nuova che si diffonde in questa giornata appena iniziata; si, oggi è veramente una bella giornata.

Accendo la mia Lambretta e vado come di solito a prendere il giornale all’edicola per portarlo al sig. Smith.

– Ciao Haion, il solito per Smith? – mi ripete puntualmente Peppe, il venditore di notizie.

– Si il solito, il solito. – rispondo come sempre. Peppe, un immigrato italiano che lavora qui all’edicola ed ha la mia stessa età, ma lui lavora e basta, non ha amici e cerca di non farseli.

Prendo il giornale e m’avvio al negozio dove lavoro; canticchiando la mia canzone, perché oggi è la mia giornata.

Il tempo in questo mio lavoro non passa mai, sempre a contar bulloni e sistemare scaffali invecchiati sotto il peso degli oggetti che devo vendere.

Il sig. Smith è molto esigente controlla ogni minimo dettaglio e di solito mentre legge il giornale se ne sta lì come se nell’intorno non ci fosse più nulla. A volte lo chiamo, e di solito fa il cenno con la mano per dire che non vuole essere disturbato e quindi faccio quel che posso anche se a volte sbaglio i conti, tanto non se ne accorge, ma oggi, anche lui sembra diverso.

Non ha ancora aperto il giornale e continua a lisciarsi i baffi, come se stesse pensando qualcosa d’importante. Lo seguo con lo sguardo cercando di non farmi notare, si gira intorno e guarda fuori dalla porta come se stesse aspettando qualcuno.

Sarà la mia impressione giovane a far sembrare tutto strano quello che vedo, ma cosa importa tanto io sono qui solo per lavorare e non mi è concesso partecipare; quindi, lascio che sia lui a chiedere o chiamare.

Dopo un poco si apre la porta d’ingresso e suona il campanello che avverte quando qualcuno sta entrando, e chi entra?

Il tizio di ieri sera, quello che mi ha salvato dai rocker.

Lo guardo stupito lui annuisce e lentamente si avvicina al banco ed io come da copione mi rivolgo a lui come di solito faccio con gli altri clienti: – Buon giorno le posso essere di aiuto? – questo è la frase che il sig. Smith vuole sempre sentire quando entrano i clienti.

– Ciao Haion, allora lavori qui!

– Sembra di sì. – gli rispondo.

– Allora tira fuori una birra, che ne parliamo.

– Ma cosa stai dicendo. – gli rispondo cercando di farlo zittire.

– Adesso fai il buon garzone. – mi rispose sghignazzando.

Veramente non riesco a capire quale è il suo intento; mi volto verso il sig. Smith, lui annuisce e si avvicina al banco.

– Haion…Tu sei un bravo ragazzo. – si rivolge a me con tono pacato e dallo sguardo dubbioso.

– Non capisco, sig. Smith. – rispondo perplesso.

– Oggi al parco porta questo taccuino con te.

Mi passa quel taccuino nelle mani e stringendo le mie mani nelle sue e dice con voce roca: – Prendilo perché tu sai cosa devi fare. –

– Cosa devo fare? – gli rispondo con sospetto.

In quell’istante il tizio di ieri sera, che non so neanche come si chiama, mi poggia la sua enorme mano sulle spalle facendomi capire di seguirlo, mi volto verso il sig. Smith e lui con il capo fa cenno di sì. Sempre più confuso proseguo verso l’uscita.

Il tizio inizia a camminare lentamente senza dire una parola ed io lo seguo impassibile. Nella mia mente i pensieri si arrotolano l’uno contro l’altro, cerco di trovare un senso a tutto questo ma non riesco. La strada è nel pieno fermento mattiniero, auto, moto, persone che vanno velocemente in direzioni diverse; ma io sempre più confuso mi fermo davanti al tizio e:

– Mi vuoi spiegare che cazzo sta succedendo. – gli urlo in faccia.

Ma lui con occhi senza fine mi fa cenno di seguirlo e basta.

– Almeno dimmi dove stiamo andando. Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa. – gli ripeto alzando il tono della voce ma niente.

Quando il silenzio s’impone c’è sempre un qualcosa che non va ed ora rivolto in pensieri angusti cerco di capire ma non ci riesco.

Proseguo ma il dubbio alimenta il cammino mentre tengo stretto il taccuino che il sig. Smith mi ha dato.

Seguo il tizio che con passo deciso si avvia nella direzione del parco, forse oggi non sarà giusto incontrare Thea. Perché i dubbi aumentano e mi rendono nervoso.

Non è così che voglio incontrare Thea.

Accelero il passo e raggiungo il tizio sul fianco destro chiedendogli dove stiamo andando. Alza le spalle e mi dice: – Tu, seguimi e basta.

– No. Voglio sapere altrimenti me ne vado. – mi fermo e lui neanche se ne accorge.

Mi chiedo cosa fare se voltare al primo vicolo o urlare al mondo che tutto questo non fa parte di me.

Decido velocemente senza fregarmene delle conseguenze perché sono io che devo incontrare Thea e quindi svolto in direzione dell’unico vicolo disponibile.

Vorrei correre fuggire gridare al mondo che questa è la mia generazione e non quella del sig. Smith.

Vedo la fine del vicolo come l’unica salvezza a questa insolita giornata che doveva essere la mia giornata.

Cazzo…cazzo perché devo sempre essere morso da quel serpente che m’inietta la paura e dover prendere decisioni che non voglio.

Ma poi alla fine il taccuino che ho in tasca dovrà essere un qualcosa legato a Thea altrimenti perché il tizio sa di me e Thea.

La decisione sul da farsi mi lascia infelice perché non era questa la giornata che volevo.

– Haion. Che fai? Ti sei fermato.

Cazzo questo non molla mai.

– Si, mi sono fermato perché voglio sapere. – gli rispondo con tono aggressivo.

– Vuoi sapere. Tu vuoi sapere e te ne stai li impalato a guardare un vicolo cieco, sei proprio convinto di voler sapere? – Dai, seguimi che siamo quasi arrivati

Alzo la testa ma sento un gran fastidio; inconsapevolmente continuo a seguirlo ma pur sempre con fastidio. Forse oggi sarà un cazzo di giornata da dimenticare; intanto il tempo passa.

Lungo la strada i passanti scorrono nelle varie direzioni e il mio amico se pur lo fosse, continua il suo percorso come l’atleta che cerca il traguardo.

Certo, un traguardo che non lascia ben sperare dato che oggi l’unica cosa che volevo fare è quella di incontrare Thea al parco.

Questa non è la mia giornata.

– Dove stiamo andando, si può sapere?  

– Al Victoria Park. – mi rispose senza neanche voltarsi.

– Cosa! Al Victoria Park.

– Si, proprio li stiamo andando, è distante ma ci andiamo.

Così su due piedi o come si dice, annuisco e non capisco quale sia il fine di tutto questo.

No, questa non è la mia giornata; ma cosa posso fare il Sig. Smith mi ha detto di andare e se non voglio perdere il lavoro sono costretto a seguire il tizio.

Ma poi il tizio si ferma di fronte a Regent’s Canal si volta.

– Facciamo una deviazione devo farti vedere una cosa. – mi dice con cinismo.

– Bene, anche la deviazione; tutto questo che senso ha? – gli chiedo con stupefazione.

– Vedi il canale Haion.

– Si, è li dà sempre, cosa devo vedere, le barche?

– Vieni e non brontolare.

Scendiamo lungo la sponda del canale e le barche adibite a case galleggianti mi lasciano col solito dubbio di dove e perché stiamo qui.

Si ferma di fronte ad un battello molto colorato e bussa sulla porticina con su scritto Freedom.

La porticina si apre e un tizio dai capelli lunghi e la bombetta in testa risponde all’amico con tono basso.

– L’hai portato?

– Si. Ce l’ha il ragazzo. – questa frase mi fa capire che non è questo il posto dove mi doveva portare.

Tocco il taccuino nella tasca del parka e lentamente indietreggio.

– Vieni Haion. – facendomi segno di seguirlo.

Che faccio, lo seguo o scappo come quando incontro un rocker e come al solito il dubbio dell’indecisione mi assale lasciandomi nel panico. Decido di entrare nel battello ma consapevole di dover fuggire al primo segno di stranezza.

L’odore dell’incenso non promette bene, il tizio mi fissa come se fossi un qualcosa di prezioso per lui e il tizio.

– Come hai detto che ti chiami. – mi chiede il tipo con la bombetta, con lo sguardo di chi trova la gallina dalle uova d’oro.

– Haion, mi chiamo Haion e tu chi sei?

– Chi sono! Sono un tuo amico.

– Ti sbagli, non ti conosco e non sei mio amico. – rispondo con fermezza mentre stringo il taccuino che ho nella tasca.

– Non temere, Haion voglio solo sapere il perché.

– Il perché di cosa?

– Non glielo hai detto. – dice rivolgendosi al tizio.

– No, pensavo che glielo dicessi tu.

Questo rimpallo di domande mi fa capire che nulla di buono sta per accadere, quindi con coraggio, quell’ che non ho mai avuto intervengo prontamente.

– Bene mi hai portato qui da questo tipo, ma non era questo il posto che aveva detto il Sig. Smith. Quindi me ne vado.

Il tipo sbarra gli occhi e senza esitare mi afferra per il bavaro con forza dicendo: –Dammi il taccuino.

Cerco di dimenarmi alla meglio afferrando il primo oggetto a portata di mano e lo sbatto sulla sua testa e liberatomi esco in fretta dal battello correndo lungo la sponda di Regent’s Canal.

Il tizio mi rincorre urlando e i passanti intenti a fare ginnastica se ne fregano intralciando la mia corsa.

Riesco a fuggire infilandomi nei vicoli ma senza sapere dove andare. Forse dovrei andare da Thea o forse ritornare al negozio dove lavoro. Cammino lentamente controllando tutto ciò che vedo ma nulla mi lascia tranquillo; tengo stretto quel taccuino che vorrei leggere ma so di non doverlo fare perché è sinonimo di guai. Sta di fatto che questa non è la mia giornata e la mia generazione non sopporta gl’intrighi. Forse ad ogni dubbio equivale una risposta; sì ma dove sta la risposta.

Questo fa sì che mi ritrovo inconsapevolmente di fronte al negozio dove lavora Thea.

C’è sempre gente giovane all’entrata, e questo mi fa pensare alla mia generazione che è senza tempo e sempre pronta a vivere la vita prima di diventare vecchio.

Entro a capo basso per non farmi notare e vedo la luce.

Si, Thea è la luce che ti abbaglia che ti dà la forza di provare anche quando il tutto resta vuoto; Thea è la luce.

Mi avvicino al banco, ma lei e presa dal suo lavoro che nel vedermi fa un cenno di aver capito.

Faccio finta di frugare fra i mille dischi in uno degli scaffali meno in vista aspettando che arrivi.

– Haion, che ci fai qui; non devi essere a lavoro!

– Oggi, tuo padre mi ha dato questo taccuino.

Lo tiro fuori dalla tasca e glielo mostro e lei stupita mi dice:

– Che vuol dire.?

– Non lo so ma so che porta guai. – mi guarda sbarrando gli occhi e mi prende la mano avvicinandosi mi dice:

– Ci vediamo a Victoria Park ai resti del London Bridge fra un’ora. –

– Va bene. – gli rispondo con voce soffocata dal dubbio.

Si il dubbio, quello che mi lascia in mente le stesse frasi del tizio quando gli chiesi dove stiamo andando e lui disse al Victoria Park.

Ora più che mai la curiosità si fa spazio in questa giornata ormai lontana da quello che avrei voluto che fosse.

Esco dal negozio senza voltarmi come fanno gli agenti segreti nei film ma col pensiero fisso: “Che cazzo di giornata.”

Se ripenso a ieri sera mentre stavo steso sul letto e leggevo una delle mie poesie scritte ai tempi della scuola ed una l’avevo scelta da recitare oggi a Thea, come una sorta di dichiarazione.

Ma forse il tutto resterà come sempre in quel cassetto dei sogni che ognuno di noi ha.

M’incammino lungo il marciapiede esposto al sole e al passaggio di un gruppo di lambrette cariche di mods mi torna l’allegria perché questa è la nostra generazione senza tempo.

Lascio i pensieri al vento e cerco di raggiungere Victoria Park, pensando al meglio di ciò che posso aspettarmi dagli eventi che si stanno presentando enigmatici e sorprendenti.

Mio padre afferma che nulla avviene per caso e tutto ha un suo percorso sia nel bene che nel male; dice questo perché non approva le scelte che i giovani stanno iniziando a percorrere.

Arrivato al parco cerco di non appesantire i pensieri che mi rendono nervoso e nello stesso tempo curioso di sapere cosa sa Thea di quel che sta accadendo.

Mi fermo all’entrata sotto l’enorme scritta in metallo sorretta da 2 colonne in pietra mentre le mamme portano i loro piccoli al giardino ma in me prevale il nervosismo o forse l’emozione di avere un appuntamento che non volevo che fosse così mistico.

Thea appena arrivata mi dice: – Dai Haion, andiamo.  

– Dove? – le chiedo con agitazione.

– Seguimi e inizia a spiegarmi cosa sta succedendo.

– Da dove vuoi che inizio, da tuo padre, dal suo amico o dal taccuino che non so neanche di chi sia.

– Da mio padre, cosa ti ha detto esattamente. – chiede Thea

– Va bene, però fermiamoci. Ti va bene quella panchina?  

– Si. – risponde Thea.

Fortunatamente la panchina è esposta al sole.

– Allora mio padre cosa ti ha detto?

– Questa mattina sono andato al negozio e ti assicuro che tutto era tranquillo avevo l’energia giusta ma quando è entrato quel tizio.

Mi interrompe bruscamente dicendo: – Quale tizio?

– Ieri dopo che sono uscito dal tuo negozio ho litigato con un rocker e quel tipo mi ha tirato fuori dai guai.

Mi interrompe di nuovo: – Ma come si chiama il tizio?

– Non lo so è apparso così all’improvviso e mi ha tirato dentro casa sua dicendo che sapeva chi ero.

– Forse ti conosce perché lavori da mio padre e magari ti ha visto li.

– Va bene diciamo che sia così, però questa mattina quando è arrivato, tuo padre sembrava già al corrente di tutto e mi ha dato questo taccuino.

Tiro fuori dalla tasca il taccuino e glielo mostro e lei con sguardo stupefatto lo prende e fissa la copertina come se già lo avesse visto.

– Perché fai quelle faccia? – gli chiedo con stupore.

– Da tempo sento mio padre parlare di un taccuino e dice che avrò l’opportunità di leggerlo, forse questo centra qualcosa, me lo sento.

Provo a schiarire la voce, sento di dovergli dire la mia poesia prima che questo strano taccuino irrompa nella nostra amicizia e sicuramente creerà problemi.

Cosi la fisso ma le inizia col dirmi – Andiamo c’è un posto qui al parco che lo chiamano l’alcova.

– L’alcova! Non e ho mai sentito parlare, cosa è? – rispondo sorpreso e incuriosito.

– Devi sapere che nel secolo scorso fu abbattuto il vecchio ponte London Bridge e ne è rimasto un frammento.

– Non sapevo che fossi amante della storia e come al solito mi stupisci, va bene andiamo a questa alcova o vecchio ponte.

Sarà l’evento o questo vialetto lungo e dritto a farmi tremare dall’emozione o è Thea che riesce sempre nel suo intento.

– Haion, da quanto tempo non vieni al parco?

– Non ricordo comunque è da molto che non vengo in questo parco.

– Certo, i mods non vanno al parco preferiscono le feste l’alcool e magari delle belle ragazze. – mi dice questo col sorriso sulle labbra prendendomi la mano.

Sento il suo calore che mi fa arrossire le guance ma per non darlo a vedere abbasso il capo e lei accorgendosene stringe ancor di più la mano.

– Ecco siamo arrivati, la vedi l’alcova. – mi dice Thea.

– Questo rudere sarebbe l’alcova!

– E si, questo rudere è il centro del nostro inizio.

– Non capisco; l’inizio di cosa?

Si ferma di colpo e punta il suo sguardo dritto al mio lasciandomi la mano.

– Se noi due … ora siamo qui non è una coincidenza.

La interrompo e gli dico: – Non credo nelle coincidenze…perché…

– Dai continua o forse hai dimenticato che oggi avevi un appuntamento con me. – dice Thea sorridendo.

– Si, è proprio questo, l’appuntamento ma doveva essere diverso – rispondo.

– Haion, credi che io sapessi di mio padre o del taccuino ed è per questo che ti senti in imbarazzo.

– Forse si forse no, ho soltanto voglia di capire e di capire te. 

– Allora per te sono un mistero o…– s’interrompe voltandosi.

Questa sua frase cosi mirata cosi pungente è il classico game over.

– Il mistero non sei tu, tu…sei …non so come dirlo o forse è meglio che non lo dica. – gli rispondo con imbarazzo.

Thea alza lo sguardo (lo sguardo di cui mi sono innamorato) e con voce calma mi sussurra.

– Hai gli occhi lucidi e le mani tremolanti. 

 Infilo la mano nella tasca del mio parka e tiro fuori il taccuino.

– Siamo qui per questo.

– Certo, siamo qui per questo. – risponde con voce bassa e tremante. Il suo volto fa intravvedere una forte curiosità ogni volta che vede il taccuino e questo mi crea una sorta di sospetto, come se lei già sapesse del taccuino.

– Thea, dimmi perché siamo venuti qui e precisamente a questo rudere?

– Non è un rudere ma un’alcova, lo sai cos’è un’alcova?

– No, non lo so. – rispondo con tono scocciato.

– Vedi, conosci solo lambrette, spillette e musica.

– Va bene hai ragione, ma lascia stare le lambrette.

– Certo la bella lambretta che solo tu guidi e non mi hai portato a fare un giro, – s’interrompe in attimo – Se t’interessa, speravo tanto che mi portassi a fare un giro con la tua amata lambretta.

– Dici davvero di voler fare un giro sulla mia lambretta.

– Si. – e sorride voltandosi di lato.

– Allora torniamo al punto di partenza ok. Iniziamo da tuo padre, perché oggi mi ha dato questo taccuino, dicendomi che io so quello che devo fare.

– Mio padre; ti ha dato il taccuino senza dirti cosa fare e tu non glielo hai chiesto. – mi chiede incuriosita.

– No, non ho avuto tempo è stato come un ordine.

– Bene allora leggiamo questo taccuino.

– Credi che dobbiamo farlo o è solo curiosità?

– Tutte e due le cose. – mentre si passa la mano nei capelli e fissa l’alcova come se fosse il punto di partenza di un qualcosa che sta diventando sempre più imbarazzante.

– Va bene, sediamoci nell’alcova.

– Aspetta, l’alcova non è una semplice panchina è…

– É cosa?

– Se ci sediamo nell’alcova è… perché…

La fisso con occhi sbarrati perché non capisco cosa vuole dire.

– Perché cosa? – richiedo a lei.

– Perché noi due siamo…

– Thea basta con questi indovinelli mi stai stressando.

– Allora mettiamola così; noi due siamo un solo elemento.

– Ora fai la filosofa!

– Se vuoi sapere cosa significa chiudi gli occhi e seguimi.

Thea prende la mia mano e mi trascina lentamente poi chiedi di sedermi stringendo anche con l’altra mano la mia.

– Ascolta, oltre oceano precisamente a San Francisco ci sono nuovi gruppi di giovani che iniziano ad esporre nuovi concetti di vita; cantano per la pace per l’amore per nuove frontiere inimmaginabili mentre noi stiamo qui l’uno di fronte all’altro con la paura di esprimere ciò che vogliamo o meglio quello che siamo. – provo a interromperla ma lei mi poggia l’indice sulle labbra continuando.

– Un unico elemento è quello che un uomo e una donna vogliono essere ma nessuno dei due osa pronunciarsi quindi tu, cosa vorresti essere in questo istante?

La domanda s’infila nei miei pensieri e l’unica cosa che riesco a percepire è l’amore che provo per Thea, ma ora cosa rispondo.

Prendo forza, coraggio e le dico:

Ora il silenzio ci circonda, Thea stringe ancor di più le sue mani e sento il profumo della libertà. Apro gli occhi e vedo i lucciconi sul volto di Thea illuminati dai raggi del sole che riesce a scaldare questa grigia giornata londinese.

Thea lascia le mie mani per asciugarsi le lacrime e mi dice:

– Non sapevo che amassi la poesia.

– Ci sono molte cose che non sai di me. – rispondo a voce bassa.

Adesso che ho espresso questa sensazione vorrei essere un unico elemento come dice Thea ma non vedo una sua reazione o forse sono io che la voglio.

Spezzo il silenzio chiedendo chi sono questi nuovi gruppi di giovani oltre oceano.

– Si definiscono Hippy alcuni dicono di essere i figli dei fiori.

– Figli dei fiori, ma dai.

– Si è vero, è così.

– E quale musica ascoltano sempre se lo sai?

– Credo che il loro sound sia un rock psichedelico.

– Che roba è? Non l’ho mai sentito.

– Per forza è roba nuova.

– Va bene ma cosa c’entra questo con noi? – le chiedo fissando il suo sguardo che è rivolto all’infinito.

– Niente è solo come hai detto tu, aria nuova.

– Senti Thea, che ne dici se facciamo due passi?

– Bene facciamo due passi, però ricorda cosa hai detto nell’alcova perché sarà il nostro inizio e con voce sensuale mi dice:

– Dammi la mano Haion.

Prendo la sua mano e sento il calore, il tremolio dell’amore e ho voglia di gridare di spaccare il tempo che non scorre lasciando al vento la gioia di esistere o meglio questa è la mia giornata è la mia generazione.

Post a Comment